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bimbi e cortili

Ho letto con interesse il pezzo di Paolo Ghezzi su “L'adige” di lunedì 21 settembre su bambini e cortili, perchè sono un papà di 3 bambini, regolarmente scritti e dipinti nel cortile condominiale del mio quartiere assieme ad altri coetanei (elementari e inizio medie), in un gruppo di una decina e perchè mi ritengo -ci riteniamo- dei privilegiati e fortunati.
In questo periodo i miei figli adorano passare il loro tempo in cortile con gli amichetti ed i pomeriggi vengono trascorsi con l'inventare i giochi più disparati: la fantasia la fa da padrona, la tv, per chi c'è l'ha, ammuffisce beatamente in soggiorno, le menti e i corpi dei nostri piccoli crescono a gran velocità, al pari delle sbucciature sulle ginocchia, del volume sonoro collettivo e dei piccoli danni quotidiani agli orti e giardini dei condomini. Nonostante le fatiche tutto ciò è meraviglioso e per i miei 3 piccoli è sicuramente un'esperienza molto positiva.
Ma siamo una rarità: quando condividiamo ciò con altri veniamo considerati dei fortunati, perchè, ci viene detto, il nostro contesto lo permette. E' vero; e non finirò mai di ringraziare tutti gli abitanti del mio piccolo quartiere che sopportano più o meno pazientemente. Mentre scrivo, or ora, il chiasso dei giochi dei bambini è molto alto, ma fa il pari con la loro gioia (in questo momento si trascinano a vicenda con urla selvagge su di un carretto).
A noi genitori costa un po' il metterci un po' di coraggio, a fidarci di questo babysitteraggio gratuito fatto semplicemente da un cortile e nell'accettare che non tutti ne siano felici.
Lo facciamo perchè crediamo che oltre al bene dei nostri bimbi (che possono sperimentare autonomia, indipendenza, relazioni di gruppo non dirette da un adulto e sviluppare creatività e quindi, speriamo, crescere adeguatamente come cittadini) sia una scommessa che questa nostra comunità non può e non deve perdere. Se finiscono i piazzali, se finisce la nostra tolleranza, finisce la speranza.
Non riesco ad immaginare una comunità che deleghi anche tutti gli spazi di crescita e gioco dei bambini ai servizi, o la releghi solo in aree attrezzate: verrebbe meno il senso stesso che sta alla base dell'amore per cui i nostri bambini vengono al mondo. Dovrebbe essere la comunità a pensarsi, progettarsi, svilupparsi a misura di bambino: nei suoi tempi, nei suoi luoghi, nelle sue relazioni. E credo che ciò dipenda alla fin fine da noi e dalla nostra disponibilità e volontà di non appiattirci e richiuderci su noi stessi.

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