
Sono di questi giorni le notizie di atti vandalici compiuti prima al Parco Urbano e poi in piazzetta Manci e davanti a Casa Ronc. Si parla di giovani, non meglio identificati, che avrebbero rovinato diverse piante e 4 lampioni, nonostante l’intervento di alcuni cittadini.
Si tratta di gesti che non rispettano il buon vivere comune, l’appartenenza ad un territorio, ma nemmeno rispettano le persone che ci vivono.
Sono gesti che non vorremmo vedere, con i quali non vorremmo avere a che fare: ci fanno pensare a qualcosa di brutto, poco chiaro e sfuggevole, ci fanno sentire “distanti” da quanto accade e da chi ha compiuto tali azioni. Ma sono poi anche queste le cose che ci fanno pensare al problema “sicurezza”, tanto ampliato dai media, anche a fronte di dati spesso positivi ed in continuo miglioramento rispetto ai reati più gravi.
E tutto ciò ci stride perché ci riteniamo miti, appartenenti ad una società “sviluppata”, sicuramente ricca (di soldi), che dovrebbe non avere in sé questi episodi. Come non dovrebbe trovarsi di fronte al problema della povertà di alcuni, dell’aggressività di altri o dell’emarginazione di altri ancora. La maggior parte di noi non percepisce queste come situazioni o problemi che possano riguardare in prima persona: sono sempre problemi degli altri.
Salvo che nessuno considera che dalla parte degli altri potrebbe capitare di stare anche a noi. A quel punto chiediamoci cosa vorremmo da chi ci sta vicino, dalla “società”, dalla nostra comunità più ristretta.
Crediamo che innanzitutto non vorremmo essere giudicati, ma accettati con i nostri limiti e le nostre difficoltà, assieme alle nostre ricchezze, per essere veramente aiutati. Proprio per questo, e non ci riteniamo “buonisti” crediamo infatti che una parte di positivo appartiene sempre e comunque a tutti ed è questa la leva su cui lavorare per il miglioramento. E’ questione di fiducia.
E allora vorremmo provocare, rispetto alla proposta dell’Amministrazione Comunale di mettere in piedi un sistema di videosorveglianza. Ci sembra infatti questa una strada cieca (alla faccia delle telecamere…), che va nella direzione del controllo, sempre più presente nella nostra vita quotidiana (si pensi alla mobilità, ai rifiuti…). Non condanniamo ovviamente il controllo in sé, né vogliamo giustificare gli atti vandalici avvenuti, ma vorremmo pensare ad un modo diverso di affrontare le cose.
La videosorveglianza va nella direzione di alzare un muro contro muro verso le persone che hanno compiuto questi atti. Va nella direzione di innescare una piccola, ci si consenta il termine, “guerra” contro chi li ha compiuti.
Crediamo che per questi giovani l’esito sarà di rendere forse ancora più affascinante la sfida al compiere ulteriori atti, per riuscire a “fregare” le telecamere. A quel punto saremo tutti perdenti. Avremo giovani più arrabbiati, amministratori più arrabbiati, cittadini più arrabbiati ed anche poverelli, perché la videosorveglianza costa.
E non poco: “telecamerare” il Parco Urbano e le vie del centro (e perché no la zona della biblioteca, il palazzetto, le Chiese, il parco di via Rosmini, ecc..? ma si riuscirà poi a telecamerare tutto?) vuol dire attivare un intervento corposo e costoso.
Ma non è questo il punto principale.
Quello che crediamo ci si debba chiedere è invece “che cittadini vogliamo?” Questi “giovani”, che ci piaccia o no, esprimono un loro sentimento, che probabilmente si avvicina alla rabbia, verso questa nostra comunità e che non trova spazi sani per esprimersi, né capacità di essere rielaborato. Non crediamo che “castrarlo” rappresenti una cosa positiva, perché ciò non significa che questo poi sparirà, ma che troverà altre forme di espressione, speriamo ovviamente non peggiori di questa.
Crediamo invece che questi giovani appartengano alla nostra comunità e debbano rimanerne inclusi a pieno titolo, attraverso azioni positive di conoscenza, ascolto e confronto.
Si tratta di giovani, come lo siamo stati tutti noi e che potrebbero essere oggi o domani i nostri figli.
Per questo proponiamo azioni basate sulla fiducia, volte a riallacciare i rapporti fra le persone (tanto blateriamo della società sempre più frammentata e senza legami…), che possano essere strumento di decompressione di questa rabbia e di aiuto alla sicurezza dei cittadini. Esistono, sono state sperimentate in altre zone, forme positive di intervento quali l'educativa di strada e sperimentazioni di cogestione di luoghi e spazi. Sono, questi, solo esempi, che andrebbero approfonditi e discussi.
La fiducia, come prima mossa, non significa sempre “fregatura in vista”: ha un potere forte in chi la riceve e rappresenta quindi un primo legame significativo in grado di produrre positivo cambiamento. Ha, certamente, bisogno di tempo, pazienza ed energia.
Le telecamere no, proprio non le vogliamo; non rappresentano il nostro desiderio di una società capace di guardarsi, capirsi ed aiutarsi.
«Io non credo nelle vittorie ottenute in fretta, con la violenza. Gli amici bolscevichi che guardano con interesse al mio insegnamento, devono comprendere che per quanto possa condividere e ammirare le aspirazioni e i sentimenti nobili, io sono inflessibilmente contrario ai metodi violenti, anche quando vengono posti al servizio della causa più nobile. … L’esperienza infatti mi insegna che dalla falsità e dalla violenza non possono scaturire risultati positivi duraturi» Mohandas Karamchand "Mahatma" Gandhi
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